Cina-Stati Uniti: la lotta per il controllo del Pacifico

11/01/2012 Vladislav Gulevič Estremo Oriente
Cina-Stati Uniti: la lotta per il controllo del Pacifico

La regione del Pacifico sta attirando sempre più l’attenzione dei politici occidentali, sullo sfondo di una crescente potenza cinese, militare ed economica. Ad esempio, l’influenza statunitense è stata indiscussa fino a poco tempo fa, mentre ora gli sforzi cinesi per elevare il proprio profilo nell’area geostrategica si sono intensificati, ed è qualcosa che si vede ad occhio nudo. Gli analisti americani danno l’allarme, affermando che la Cina sta semplicemente “raccogliendo” quei paesi con i quali l’amministrazione USA non è stata in grado di instaurare una relazione.

E’ indubbio che i molti anni di vecchia retorica sui diritti umani, cresciuta fino a divenire un dogma di politica estera, abbiano fallito. Gli Stati Uniti, ostracizzando i regimi del Pacifico per la loro incompatibilità con i “valori democratici” di concezione statunitense, li hanno involontariamente spinti nell’abbraccio cinese. E’ ciò che è accaduto nel caso del Myanmar. Finché gli Stati Uniti hanno criticato la leadership birmana per mancanza di libertà, i cinesi hanno promosso lì i propri interessi, mentre cooperavano a tutti i livelli con le autorità di questo poverissimo paese. L’economia del Myanmar e le sue infrastrutture hanno ricevuto dalla Cina dozzine di miliardi di dollari americani ed una somma simile è stata offerta sotto forma di aiuti militari. La visita del presidente birmano U Thein Sein in Cina nel 2011 divenne una prova visibile della crescente cooperazione militare. La leadership cinese affermò allora punti molto importanti sulla condivisione, da parte di Pechino e di Rangoon, della medesima visione strategica degli affari internazionali, un fatto che non poteva passare inosservato dalla Casa Bianca e dal quale essa non poteva non mettersi in guardia.

La posizione geografica del Myanmar ha un vantaggio militare strategico molto importante – ha una frontiera in comune con India, Cina, Tailandia e Laos. Il Myanmar è un’ottima piattaforma per esercitare pressione sulla Cina e controllare lo Stretto di Malacca, attraversato annualmente da circa cinquantamila navi (un quinto o un quarto del volume globale delle materie prime). Undici milioni di barili di petrolio sono trasportati giornalmente attraverso lo Stretto. Ed uno dei consumatori di petrolio è la Cina. Inoltre, il Myanmar è ricco di risorse: petrolio, stagno, tungsteno, zinco, piombo, rame, carbone, pietre preziose e gas. Ciò permette di ottenere facilmente i favori di un vicino influente. Nelle attuali circostanze, gli appelli di Washington all’isolamento internazionale del paese difficilmente produrranno risultati. Il Myanmar troverà sempre qualcuno, al posto degli Stati Uniti.

La stessa storia si ripete nel caso di una piccola isola chiamata Timor Est. L’isola gode di una posizione geografica vantaggiosa. E’ vicinissima all’Australia e all’Indonesia; il fondale del Mar di Timor è ricco di gas e petrolio. Ad esempio, le riserve petrolifere di Bayu-Undan sono stimate al valore di 3 miliardi di dollari. Anche la prossimità allo Stretto di Vetar è importante. E’ uno Stretto con acque profonde ed è ideale per il passaggio di sottomarini dal Pacifico all’Oceano Indiano. In caso di crisi, l’efficacia dell’attività dei sottomarini richiederebbe il controllo dello Stretto e ciò, a sua volta, implica il controllo di Timor Est. Questa ex colonia portoghese addocchiata dall’Indonesia divenne indipendente nel 2002. Sin da allora Washington e Pechino sono state in competizione per esercitarvi influenza, e la seconda ha ottenuto i risultati migliori. I cinesi hanno già ricevuto contratti del valore di 378 milioni di dollari per la costruzione di due impianti elettrici. Armi leggere, uniformi ed altro equipaggiamento militare vengono acquistati in Cina. Sull’isola vi sono 4000 cinesi della diaspora. E nel gennaio 2011 la Cina ha accordato all’isola un credito di 3 miliardi di dollari. Prima, i timorensi si istruivano in Australia o negli Stati Uniti, per accedere ai massimi livelli della vita politica o economica del proprio paese. Ora non più: preferiscono andare in Cina, a questo scopo.

Come impone la situazione, Washington sta rafforzando i propri legami strategico-militari con l’Australia e la Nuova Zelanda. Una delegazione militare australiana guidata da Stephen Smith, Ministro della Difesa, ha visitato gli Stati Uniti nel luglio 2011 in occasione del sessantesimo anniversario dell’alleanza bilaterale. I primi punti in agenda erano l’Afghanistan e la crescente potenza di India e Cina. L’Australia ha confermato la sua risolutezza nel continuare ad essere “l’ancora del sud” degli Stati Uniti nel Sud-Est asiatico (1). Il Segretario di Stato USA Hillary Clinton ha reso pubblico l’intento di Washington di fare del XXI secolo un secolo di politica americana nel Pacifico (2). L’Australia è il maggior alleato degli Stati Uniti in questa parte del globo, con un esercito di 51000 unità ed oltre 19000 riservisti. La riserva di mobilitazione del paese ammonta a 4,9 milioni di uomini. La spesa militare di Canberra rappresenta il 2% del PIL e vi sono ben 16 strutture militari americane sul suo territorio, includendo un sito missilistico ed una stazione per le comunicazioni navali per sottomarini nucleari. Timor Est, Indonesia e Papua-Nuova Guinea sono situati a nord. La distanza tra la Papua-Nuova Guinea e l’Australia continentale è di soli 145 km, i quali si restringono a soli 5 km, nel caso dell’australiana Boigu e della Papua-Nuova Guinea. Vanuatu, Nuova Caledonia ed Isole Solomon sono situate a nord-est del continente australiano. La Nuova Zelanda a sud-est. Tra i paesi qui citati, solo la Nuova Zelanda è un leale ed inequivocabile alleato dell’Australia, economicamente e politicamente. Gli altri sono osservati attentamente (e non senza risultati) da Pechino.

Gli Stati Uniti e l’Australia hanno un accordo relativo alla presenza militare statunitense sul suolo australiano. Non sono previste nuove basi ma i militari americani hanno il diritto permanente di accesso alle strutture militari australiane e la presenza navale americana nei mari adiacenti è in via di accrescimento. Con strutture militari in Corea del Sud e Giappone, gli Stati Uniti possono aumentare la propria influenza nel Pacifico occidentale e meridionale, includendo il Mar Cinese Meridionale, considerato dai cinesi come territorio sovrano. Il controllo del Mare presuppone ovvi vantaggi geopolitici, poiché questa via marittima è la più corta e la più sicura per i trasporti dalla Cina, dal Giappone e dalla Russia allo Stretto di Singapore e ritorno.

La Nuova Zelanda osserva l’espansione diplomatica cinese nel Pacifico da vicino, specialmente dopo che la Cina si è avvicinata alle Fiji, situate nel Pacifico meridionale, a 1170 km di distanza. C’è apprensione per la possibilità che lo sviluppo della cooperazione sino-figiana possa portare le Fiji a divenire sede di presenza navale cinese permanente. Qui – i cinesi alle Fiji, lì – i cinesi a Timor.

L'Oceano PacificoIn aggiunta a ciò, vi è la possibilità che i cinesi mettano piede alle Seychelles. Il Ministro della Difesa cinese Liang Guanglie lo affermò nel settembre 2011, in risposta alla proposta del presidente delle Seychelles James Michael di ospitare una base navale cinese in territorio nazionale. Situate tra l’Asia e l’Africa, a nord del Madagascar e nella zona occidentale dell’Oceano Indiano, le Seychelles sono un paese di grande importanza strategica. Il controllo su una parte rilevante dell’Oceano Indiano, così come delle acque adiacenti alla costa orientale dell’Africa (Kenya, Mozambico, Somalia), diviene dunque possibile, una volta stabilita una forza navale lì. E le Seychelles hanno siglato un accordo di cooperazione militare con la Cina nel 2004 che include l’addestramento in Cina di 50 militari delle Seychelles (3). Inoltre, i cinesi hanno offerto un aiuto significativo alla marina delle Seychelles. In cambio, le Isole hanno apertamente dichiarato di aderire al principio di una “Cina Unica”, con il quale si rifiuta il riconoscimento di Taiwan. La marina cinese sta già pattugliando le coste dell’Oceano Indiano dove la minaccia pirata è alta, ed ha bisogno di rifornimento logistico e di strutture di manutenzione. Forse è proprio ciò che le Seychelles possono offrire. Fino a che l’economia cinese dipenderà in larga parte dal commercio con l’estero, l’eliminazione della pirateria nelle sue acque rimarrà un interesse vitale per Pechino. Washington teme che non ci sarà modo di scalzare la marina cinese da lì (2). Nel 2004 Booz Allen Hamilton, una ditta consulente del governo americano, ha riportato che il nocciolo delle tattiche cinesi è quello di acquisire una “collana” di basi navali nell’Oceano Indiano (3). L’interesse cinese verso le Seychelles provoca ansia a Washington, tenendo a mente che nelle Isole vi è una struttura per droni destinati a contrastare misteriosi pirati somali ed esercitare controllo sul territorio della Somalia.

Vi sono però ancora punti deboli, nella posizione della Cina nel Pacifico. Alcuni esperti affermano che Pechino non ha ancora una strategia per il mare aperto a livello statale. Difesa e promozione di interessi economici sono una cosa, ma una dottrina completamente sviluppata di rafforzamento della propria presenza nell’intero Oceano Pacifico è qualcos’altro.

Una strategia di mare aperto è qualcosa di più di mere tattiche e strategie adottate dalla marina. Dovrebbe comprendere attività multifunzionali e coordinate di istituzioni statali speciali – dai capi di stato maggiore ed esperti militari ad istituti oceanografici ed economisti. E’ per questo che la Cina eviterà conflitti in mare aperto fino a che non potrà aggiornare il suo potenziale navale ed implementare le proprie strategie verso i paesi del Pacifico, inclusi quelli nelle immediate vicinanze dei due maggiori alleati statunitensi – l’Australia e la Nuova Zelanda. Pechino ha bisogno di tempo. La Cina confida nella diplomazia (un modo poco costoso di curare i propri interessi) e nell’economia. Il caso dell’avanzata economica cinese in Africa ne è un buon esempio: nel 2003 il volume di commercio bilaterale era di 10 miliardi di dollari ed era già di 20 miliardi nel 2004. La Cina ha firmato accordi di cooperazione nel campo dell’estrazione di risorse naturali con l’Angola, la Nigeria, lo Zambia, il Congo, lo Zimbabwe, ecc. Il Pacifico è solo il terzo destinatario dell’aiuto cinese – dopo l’Australia e gli Stati Uniti, ma sta lottando per mettere piede nel maggior numero possibile di aree strategiche in modo tale per cui, nel momento in cui gli Stati Uniti diventeranno pericolosamente deboli, essa potrà iniziare un dialogo non da una posizione di debolezza ma da una posizione di forza.


NOTE:
Traduzione di Eleonora Fuser

1. Edi Walsh «America’s Southern Anchor?» (The Diplomat, August 25, 2011).

2. Clinton says 21st century will be US`s Pacific century” (Xinhua/Wang Fengfeng, 12.11.2011).

3. Jody Ray Bennett «Seychelles: An Open Invitation for China» (ISN Insights, 27. 12.2011).
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