Ripensare l’interesse nazionale e la strategia dell’Italia nel mondo che cambia

13/07/2012 Tiberio Graziani, Daniele Scalea Editoriali, Opinioni & Commenti 3 commenti
Ripensare l’interesse nazionale e la strategia dell’Italia nel mondo che cambia

Il mondo sta cambiando rapidamente. Da alcuni anni a questa parte, ancora più rapidamente. Le crisi sistemiche (e le conseguenti “grandi depressioni”) hanno storicamente comportato un’accelerazione delle pre-esistenti dinamiche di ascesa e discesa delle potenze: la crisi del 1873 agevolò l’ascesa di USA e Germania rispetto alla Gran Bretagna, quella del 1929 il recupero tedesco e la copertura del gap industriale da parte dell’URSS. La crisi cominciata nel 2008 accelera l’ascesa delle cosiddette “potenze emergenti” (in realtà spesso già “emerse” da un bel pezzo), in particolare i BRICS, e su tutti la Cina, mentre a perdere terreno è il finora dominante “sistema occidentale” della triade USA-Europa-Giappone. Il breve momento unipolare, coincidente grosso modo con gli anni ’90 e i primi 2000, è ormai passato: oggi si parla comunemente di mondo multipolare. In realtà, ci si trova ancora in una fase di transizione uni-multipolare, in cui gli USA mantengono una posizione egemonica. Ma l’arrivo ad un compiuto sistema multipolare nel futuro prossimo appare ormai ineluttabile.

Non sono cambiamenti da poco quelli che stiamo affrontando. Alcuni eventi hanno portata epocale: è il caso della rinascita di Cina e India dopo secoli d’oblio, o della progressiva perdita di centralità politico-culturale-economica dell’Occidente. Una configurazione manifestatasi fin dal ’500 sta svanendo. Di fronte a cambiamenti epocali, nessuno, nemmeno l’Italia, può rimanere fermo e inerte. È giunto il momento che l’Italia rifletta, senza alcuna preclusione ideologica o fissità dettata dall’abitudine, ai propri interessi nazionali ed alla strategia più adatta a perseguirli nel futuro che s’avvicina a grandi falcate. Adattarsi all’ambiente è fondamentale per il successo. L’attenzione va rivolta soprattutto ai due pilastri che hanno caratterizzato la politica estera italiana negli ultimi sessant’anni e più: atlantismo ed europeismo. Un cambiamento epocale porta con sé anche un mutamento a livello categoriale. La geopolitica può fornire utili strumenti per definire e comprendere le nuove categorie storiche, anche se dev’essere coadiuvata da una serie di scienze ausiliarie, che spaziano dall’economia all’antropologia, dalla tecnologia alla geografia.

A metà del Novecento l’Italia s’inserì nel sistema occidentale, o meglio nordatlantico, a guida statunitense. Si trattò d’una scelta obbligata: l’Italia aveva appena perduto una guerra, era stata occupata manu militari, ed il suo destino era stato deciso a tavolino dalle potenze vincitrici del secondo conflitto mondiale all’atto della spartizione dell’Europa in sfere d’influenza. L’Italia prese la scelta atlantica prima di tutto perché costrettavi. Vi era poi ovviamente la minaccia sovietica, ch’era però tale più di nome che di fatto. L’URSS continuava ad essere aggressivo nella retorica e nell’ideologia universalista, ma la realtà è che sin da Stalin e fino al suo scioglimento ebbe una condotta per lo più conservativa. Stalin scelse di costruire il socialismo in un solo paese, e i suoi successori si trovarono alle prese col problema di farvelo sopravvivere. Problema che alfine si rivelò insolubile.

Nell’Europa del 2012, la Russia – non più comunista da vent’anni – non rappresenta certamente più una minaccia. Al di là dell’accanimento di certa stampa, la Federazione Russa è un interlocutore affidabile, di civiltà affine a quella europea (anzi, europea essa stessa), che non ha mire aggressive ma punta ad un partenariato con l’Europa Occidentale e Centrale, con cui ha un forte potenziale di complementarità (l’esempio classico è quello del petrolio e del gas russi necessari ad alimentare l’economia europea). C’è però un ostacolo di rilievo a questa partnership euro-russa, e si chiama NATO. È storia che l’alleanza nordatlantica nacque in funzione anti-russa, ed è un fatto che ha mantenuto quella peculiarità anche dopo la fine della Guerra Fredda. La NATO, infatti, da allora ha allargato se stessa e le sue competenze, ma tutto ciò è andato ad aggiungersi alla base passata senza cancellarla. In Europa la NATO, portatasi con l’allargamento post-1989 fino ai confini stessi della Federazione Russa, continua a servire innanzi tutto a “tenere gli Statunitensi dentro e i Russi fuori”, per dirla con Lord Ismay. Sergio Romano, in un’intervista pubblicata nel primo numero di Geopolitica, ha definito l’Europa «prigioniera della NATO», ed auspicato la nascita d’una politica estera europea distinta da quella statunitense. L’equilibrio militare del continente andrebbe pensato non più come estensione della zona d’influenza nordatlantica, ma come sicurezza paneuropea. La NATO dovrebbe lasciare spazio, o trasformarsi, in un’organizzazione di sicurezza collettiva paneuropea che non può escludere la Russia. Il problema sarà lo status degli USA.

Pensare che gl’interessi degli USA e quelli dell’Italia coincidano perfettamente è un controsenso. Gli USA sono una grande nazione continentale e bioceanica in Nordamerica; l’Italia è una piccola penisola nel mezzo del Mediterraneo. Le diverse caratteristiche geopolitiche non possono che creare divergenze d’interesse, di volta in volta più o meno profonde. La politica mediterranea e vicino-orientale di Washington nell’ultimo decennio ne è un chiaro esempio. Durante la presidenza Bush jr. gli USA hanno impostato, seppur in maniera non ufficiale, la loro politica verso il mondo musulmano sullo “scontro di civiltà” e la “distruzione creativa”. Ciò non poteva che creare un solco d’ostilità tra le due sponde del Mediterraneo e alimentare la destabilizzazione regionale, a detrimento delle nazioni locali, tra cui l’Italia. Obama sta invece appoggiando, seppur con talune riserve, il “risveglio islamico” in atto nel mondo arabo. Non si tratta d’una scelta sbagliata in sé, poiché l’ascesa dei movimenti islamici è una tendenza consolidata ormai da decenni; ma certamente preoccupanti sono gli estremi di questa strategia, che porta ad appoggiare gruppi armati radicali legati o affini a Al Qaida in Libia o Siria. Sappiamo bene a cosa portò in Afghanistan una simile condotta, e ne stiamo ancora oggi pagando il dazio con un’onerosa (in termini di danaro, mezzi e uomini) occupazione militare del paese centrasiatico. Ora il rischio concreto è che santuari dell’estremismo e del terrorismo si creino a pochi passi da casa nostra. Gli USA, al riparo di un oceano, possono essere più propensi a rischiare; l’Italia, così vicina al mondo arabo, no.

Ancor più importante, è il fatto che gli USA, in quanto potenza egemone, cercheranno d’ostacolare l’ascesa di altri paesi. L’Italia non ha il medesimo interesse: non ha motivo d’opporsi all’ascesa della Cina, della Russia, dell’India o del Brasile. Non si tratta dal nostro punto di vista d’un evento negativo. Al contrario, il multipolarismo rafforza la posizione italiana. Si pensi alla crisi della politica estera italiana dopo la fine della Guerra Fredda: l’unipolarismo aveva limitato la nostra libertà d’azione e ridotto la nostra importanza strategica. In un sistema multipolare l’Italia ritornerebbe ad avere il suo peso. Inoltre finché l’Europa riserverà agli USA il compito di garantire la propria sicurezza, non potrà avere una propria strategia e politica estera. Per crescere è necessario emanciparsi.

Purtroppo anche l’altro pilastro della politica estera italiana degli ultimi decenni – quello europeo – comincia a scricchiolare vistosamente. Gli esempi sono plurimi. L’Italia, al pari degli altri grandi paesi dell’Europa Occidentale, ha finora dovuto privilegiare con la Russia i rapporti bilaterali, perché la diplomazia multilaterale di Bruxelles mantiene una linea di non troppo velata ostilità verso Mosca. Il tentativo delle autorità dell’Unione Europea di ostacolare la realizzazione del South Stream, grande infrastruttura strategica per gli approvvigionamenti energetici dell’Italia, non può essere ignorato. La crisi libica dello scorso anno ha messo in luce ulteriori divisioni all’interno dell’UE, un po’ come accadde nel 2003 con l’invasione dell’Iraq, ma che in questo caso ci hanno riguardato molto più da vicino. La Libia era divenuto un partner strategico per l’Italia – rapporto suggellato da un recente trattato d’amicizia e cooperazione – ma una serie di paesi europei, sostenuti dagli USA e capeggiati dalla Francia e dalla Gran Bretagna, non hanno esitato ad attaccare il paese. Si può dare qualsiasi giudizio politico e morale soggettivo sulla caduta di al-Qaḏḏāfī, ma è un dato di fatto oggettivo che un paese nordafricano relativamente florido e stabile sia stato tramutato in un paese diviso in una miriade di bande armate rivali. È preoccupante – e rivelatore del rispetto di cui Roma gode all’interno dell’alleanza egemonica nordatlantica – che l’asse Washington-Londra-Parigi abbia destabilizzato a cuor leggero un paese amico, nonché fornitore strategico d’idrocarburi e risorse finanziarie, dell’Italia.

L’ultimo esempio, e più attuale, è quello del comportamento europeo di fronte alla crisi del debito che ha interessato diversi paesi dell’Unione, tra cui l’Italia. L’Unione Europea non ha saputo far fronte comune, ma sono prevalsi gli egoismi e interessi particolaristici, finendo così con l’aggravare la situazione dei paesi più esposti. Anziché tendere una mano e aiutare concretamente, abbiamo visto il direttorio europeo (sempre più “monocolore” tedesco) imporre politiche depressive e di rigore, arrivando ad accettare (e probabilmente promuovere) la sostituzione di governi democraticamente eletti con governi “tecnici”, non legittimati dal voto popolare. Può ben darsi, come auspicato recentemente da Sergio Romano, che da questa crisi l’Europa esca alfine più forte ed unita, con la creazione degli “Stati Uniti d’Europa”. Ma è possibilità non meno remota che questa crisi finisca invece col disintegrare l’Unione Europea, o quanto meno lasciarla nel limbo di un’integrazione imperfetta ed insufficiente.

Lo spettro della fine del sogno unitario europeo, o anche di uno stallo indefinito del processo d’integrazione, impone all’Italia d’imparare a fare minore affidamento sul multilateralismo, così caro alla nostra diplomazia negli ultimi decenni. La capacità d’intessere rapporti strategici su base bilaterale diviene fondamentale nel contesto attuale di crisi globale ed europea, nonché di transizione uni-multipolare. Ciò non toglie, tuttavia, che nella nostra epoca una singola nazione come l’Italia abbia dei chiari limiti fisici alla propria azione politica e strategica. La tendenza globale, come dimostrano in particolare le nuove aggregazioni, tra cui la nascita dell’UNASUR e l’annuncio dell’Unione Eurasiatica, è all’integrazione regionale. L’Europa, ch’è stata all’avanguardia, rischia d’andare in contro-tendenza e disintegrarsi proprio in questa fase. Nel qual caso, l’Italia dovrà sapersi guardare attorno e cercare delle alternative. La geografia ci ha dato una sola alternativa all’Europa: il Mediterraneo.

Che l’Unione Europea tenga o meno, una rivalutazione del “terzo cerchio” della politica estera italiana è necessario. Nel Mediterraneo sta emergendo una grande potenza regionale, che è la Turchia, e si è attivato un processo di rinnovamento dell’élite socio-politica che riguarda gran parte dei paesi arabi. Questo moto di rinnovamento potrebbe preludere anche ad un ritorno ai fasti del passato di un’altra nazione dal grande potenziale ch’è l’Egitto. L’ingresso degl’islamisti nella “stanza dei bottoni” di molti paesi, e in particolare i successi che la Fratellanza Musulmana sta ottenendo in diversi Stati, lasciano presagire un mutamento non secondario del quadro politico-strategico del Mediterraneo e del mondo arabo. L’Italia ha manifestato una preoccupante incapacità di interferire in questo processo che riguarda i nostri dirimpettai. È necessario invece fare in modo che il Mediterraneo diventi un’area di pace, cooperazione e potenziale integrazione (obiettivo cui l’IsAG si è votato anche attraverso la sua partecipazione alla MIR Initiative).

Finora si è discusso di come l’Italia dovrebbe comportarsi verso l’esterno, ma è non meno importante accennare a quanto bisognerebbe fare all’interno. La politica estera è solo il predicato d’un soggetto che è lo Stato stesso. La più accorta e geniale delle strategie non può sopperire all’assenza d’una solida base interna su cui poggiare. L’Italia non potrà perseguire i suoi interessi nazionali o sviluppare una strategia di successo se non sarà una nazione forte. Partiamo da una posizione privilegiata: l’Italia è l’ottava nazione al mondo per PIL nominale e lo Stato italiano ha il sesto bilancio più abbondante del globo. Bisognerà però riuscire ad invertire la china discendente che ormai percorriamo da vent’anni. È necessaria una seria politica industriale: l’ascesa cinese dimostra come la terziarizzazione (o finanziarizzazione) non sia la “fase suprema del capitalismo”. L’Italia ha bisogno di ritornare a ospitare quella grande industria a elevato contenuto tecnologico che un tempo non ci mancava. È necessario inoltre sostenere la spina dorsale dell’economia italiana, le PMI, oggi in sofferenza per la combinazione tra una moneta forte e una pressione fiscale sempre più soffocante. Bisogna riformare un sistema educativo le cui pecche sono fin troppo note, ma senza cedere alla tentazione – assai diffusa in questi tempi di “sacrifici” – d’istituire un’economica ma ingiusta e improduttiva educazione classista. Più di tutto, però, bisogna ritrovare la piena sovranità italiana, ch’è in primis libertà di pensiero strategico, e va sorretta da un popolo moralmente forte e coeso. Tutte cose che, purtroppo, allo stato attuale fanno difetto all’Italia.


NOTE:
Tiberio Graziani è presidente dell'Istituto di Alti Studi in Geopolitica e Scienze Ausiliarie (IsAG) e direttore di “Geopolitica”. Daniele Scalea è segretario scientifico dell'IsAG e condirettore di “Geopolitica”.
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