La rivoluzione in Tunisia non è ancora finita?

25/10/2012 Simone Massi Vicino & Medio Oriente 2 commenti
La rivoluzione in Tunisia non è ancora finita?

Stretta tra le frange salafiti più estreme e il laicismo del precedente regime, la Tunisia ha davanti a sé un futuro incerto; per cui deve definire al più presto una via da percorrere. Ad un anno dalle elezioni che hanno sancito il trionfo della primavera araba, è il momento dell’autunno caldo in cui i diversi protagonisti politici si affrontano in uno scontro aperto che può decidere il futuro costituzionale e sociale del paese.

 
Un governo, tre partiti, una costituzione

La Tunisia, il primo dei paesi ad emergere nella primavera araba, ha seguito un percorso molto breve: dalla fine del 2010, in meno di un anno, è stato rimosso Zine El-Abidine Ben Ali, il presidente che governava la nazione da oltre vent’anni, e il 23 ottobre si sono tenute le elezioni per l’Assemblea Costituente. Il nuovo governo è guidato da Hamadi Jebali, un ingegnere che ha trascorso quattordici anni isolato in carcere dopo aver tentato un colpo di Stato contro Ben Ali. Nel suo esecutivo, il primo realmente eletto, si sono riuniti tre dei maggiori partiti che stanno guidando il paese verso una nuova forma costituzionale.

Il principale è al-Nahḍah, il Movimento per la Rinascita di cui lo stesso Jebali è segretario generale, che si ispira direttamente all’AKP, il partito conservatore del premier turco Erdoğan. Alle elezioni ha ottenuto 89 seggi ma non la maggioranza assoluta dell’assemblea, primeggiando con il 37% dei voti. Dopo due decenni di lotta e clandestinità il movimento trova un suo equilibrio, presentandosi come affidabile al pubblico occidentale pur sapendo mantenere nello scenario politico tunisino un’ispirazione religiosa che lo contraddistingue. In più occasioni i suoi leader hanno negato una eventuale integrazione della Sharīʿa nella costituzione, e lo stesso Rashid Ghannushi, padre del movimento, ha indicato come modello di riferimento uno Stato dove possano convivere modernità e Islam, come Indonesia e Malesia o la già citata Turchia. Ma durante i lavori dell’Assemblea Costituente i deputati di al-Nahḍah spesso hanno votato a favore di articoli profondamente impregnati di valori etici ben poco lontani dalla religione. Il partito mostra una leadership moderata nei toni ma sostenuta da un elettorato islamico conservatore, particolarmente affermato nelle zone rurali.

Il secondo partito, il Congresso per la Repubblica meglio conosciuto come al-Mu’tamar, ha unito i suoi 29 deputati alla squadra di governo. Fondato nel 2001 da Moncef Marzouki, che oggi guida il paese come Presidente, ha fatto delle libertà civili il suo obiettivo primario. Nel maggio scorso dodici deputati del partito hanno rassegnato le proprie dimissioni, dando vita ad un nuovo organismo politico di opposizione, il Congresso Indipendente Democratico. Il terzo membro dell’esecutivo, quarto per numero di elettori, è Ettakatol, il partito di centrosinistra fondato nel 1994, ma che divenne legale solo otto anni dopo, ed è forse l’unica voce realmente laica del governo. Governo che deve affrontare una crisi profonda nei confronti dei propri elettori: le ultime analisi valutano una perdita di un terzo dell’elettorato, e il nuovo movimento Nidaa Tounes, “appello per la Tunisia” – guidato dall’ex premier Essebsi che vorrebbe riunire i socialisti e i riformisti divisi alle ultime elezioni – è dato come primo partito al 20%. Inoltre da settimane diversi appartenenti ad al-Nahḍah hanno lanciato la campagna Ekbes, per chiedere al governo di portare a termine gli obiettivi della rivoluzione. Hanno occupato Piazza della Kasbah, dove si affaccia il palazzo del governo, e promuovono l’esclusione definitiva dagli incarichi pubblici dei seguaci di Ben Ali e del suo partito, già sciolto poco dopo la rivoluzione del 2011. Dopo settimane è stato al-Mu’tamar a farsi carico della proposta, con un progetto di legge che prevede l’esclusione degli appartenenti al RCD, il partito dell’ex presidente, dalla vita politica per cinque anni.

Nel frattempo procedono i lavori per la preparazione della nuova costituzione. Nonostante le previsioni, il governo non è riuscito a mantenere la promessa di un testo completo ad un anno dalle prime elezioni e Habid Khedher, presidente della commissione costitutente, ha annunciato che il primo voto definitivo si terrà probabilmente l’1 marzo del 2013, con una seconda lettura a fine mese e nuove elezioni l’8 settembre successivo. La prima lettura avrà bisogna del voto favorevole di due terzi dell’Assemblea per evitare di ritornare alla commissione che l’ha redatta; alla seconda votazione ancora due terzi dovranno approvarla e ratificarla, per evitare che la popolazione debba esprimersi tramite un referendum confermativo a maggioranza semplice. Selma Mabrouk, deputato di Ettakatol, ha dichiarato che lo svolgimento del referendum proverebbe il fallimento del mandato dell’Assemblea.

La bozza presentata alla stampa l’8 agosto scorso ha attirato l’attenzione degli analisti sull’articolo 28 – presentato e approvato da al-Nahḍah – in cui la figura della donna sembra essere “complementare” all’uomo, quindi in posizione secondaria. Dopo le preoccupazioni formali delle Nazioni Unite e di altre organizzazioni internazionali, insieme alle proteste in strada delle donne tunisine, l’articolo è stato modificato. Ma non è il solo ad essere oggetto di perplessità: l’elezione parlamentare del Presidente (art. 45), il crimine di oltraggio al sacro (art. 3), il controllo governativo sui mezzi di comunicazione (art. 5) sono temi che vedono messa in pericolo quella laicità dello Stato – tanto cara all’establishment precedente – di cui la Tunisia costituiva un’avanguardia. Tutti questi articoli sono stati promossi e votati da al-Nahḍah, che porta avanti una visione fortemente religiosa dello Stato, con il supporto evidente degli altri partiti che permette di arrivare alla maggioranza nelle commissioni, composte da 22 deputati ciascuna. Anche nella cosiddetta troika, i tre partiti al governo, non c’è affatto sincronia: ad esempio Ikbal Msadaa di al-Mu’tamar si era espressa per un’elezione diretta del Capo dello Stato, mentre i suoi alleati politici ne hanno approvato l’elezione parlamentare. La possibilità che al-Nahḍah stia allungando i tempi dei lavori per mantenere più a lungo il potere è difficile da sostenere, considerando oltretutto che c’è grande attenzione da parte del popolo tunisino e dei media, soprattutto quotidiani online, che seguono costantemente il percorso di formazione nazionale.

La crisi è soprattutto economica

Lo scenario che desta seria preoccupazione è quello economico. La valuta nazionale, il dinaro, è ormai troppo debole sull’euro, la moneta del mercato principale per le esportazioni tunisine. Il governatore Chedly Ayari della Banque Centrale de Tunisie ha smentito una prossima svalutazione, ma sono in programma diversi provvedimenti contro i beni di lusso, per dimostrare che sono anche i ricchi a dover contribuire. La fuga dell’ex presidente Ben Ali in Arabia Saudita ha portato via somme ingenti di denaro, destando addirittura un duro colpo alle casse statali: secondo l’Association Tunisienne pour la Transparence Financière si è trattato di quasi 17 miliardi di dollari, in conti divisi tra le Isole Cayman, il Qatar e gli Emirati Arabi, paesi che possono garantire l’anonimato bancario e soprattutto esterni all’Unione Europea che da tempo ne aveva congelato i fondi. I tentativi di recupero del maltolto, supportati dalle autorità svizzere e dalla Banca Africana dello Sviluppo, hanno portato a un nulla di fatto.

Dopo la rivoluzione fortunatamente non sono mancati gli investitori che hanno scelto la terra di Cartagine. La società immobiliare Qatari Diar nel luglio scorso ha dato il via alla costruzione di un resort di lusso da 80 milioni di dollari a Tozeur, un’oasi ai margini del Sahara tunisino, che aprirà nel 2015. A maggio una delegazione della Qatar Petroleum ha incontrato il ministro delle industrie minerarie Mohamed Lamine Chakhari per discutere un finanziamento da 2 miliardi di dollari per una nuova raffineria petrolifera. Seguita dal Kuwait – che sta lavorando ad alcune società miste nel governatorato di Beja – anche la Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo ha avviato il suo primo investimento nel paese: 20 milioni di euro per il Maghreb Private Equity Fund III, gestito dalla Tunivest-AfricInvest, società tunisina da vent’anni specializzata nella gestione del capitale d’investimento di piccole e medie imprese in particolare maghrebine. Al gruppo di investitori si è unita anche l’Arabia Saudita, che ha erogato un prestito di 222 milioni di dollari per la costruzione di una nuova centrale elettrica a Sousse ed altri progetti relativi al gas, ed altri 182 milioni saranno elargiti dalla Banca Islamica dello Sviluppo.

Per approfondireNonostante il forte investimento straniero che indubbiamente contribuirà alla rinascita finanziaria, la situazione occupazionale del paese è difficile. Ormai lontana la competitività economica prima nel continente africano dei tempi di Beni Ali, il ministro degli affari sociali Khalikl Zaoulia ha rivelato al sito African Manager – ma si è trattato solamente di una conferma – che un tunisino su cinque è senza lavoro, all’incirca un milione di persone. Sono le regioni settentrionali al confine con l’Algeria a soffrire maggiormente la mancanza di lavoro, come Béja e Jendouba. La disoccupazione e l’aumento dei prezzi dei generi alimentari, che insieme hanno costituito il fattore scatenante delle prime proteste di piazza, non sembrano essersi risolte con l’avvento della democrazia e difficilmente lo saranno nel breve periodo. Malgrado una crescita del 3,3% registrata nel secondo trimestre di quest’anno, quanto fatto finora non è sufficiente per una ripresa e gli scioperi di numerose categorie, ormai all’ordine del giorno, sono sotto gli occhi di tutti e vedono tornare le folle in strada. Sono anche le industrie straniere a complicare ulteriormente la situazione: complice una congiuntura globale negativa, molte aziende chiudono i propri stabilimenti nel paese; tra le ultime la tedesca Leoni, specializzata nella produzione di cavi e sistemi di cablaggio, che ha cessato le attività nel proprio impianto di Ezzahra, a sud di Tunisi. Il turismo, voce importante nell’economia tunisina povera di materie prime, ha visto ridurre bruscamente gli ingressi con punte negative del 40% rispetto a due anni fa ma negli ultimi mesi ha mostrato una leggera risalita.

Una soluzione per l’economia tunisina non è ancora a portata di mano. Gli investimenti dei paesi arabi più ricchi e delle banche d’investimento costituiscono un primo passo essenziale, ma è la struttura sociale a risentire ancora di un establishment figlio, se non padre, del precedente regime. Il turismo può dare una notevole accelerazione alla ripresa ma è la società insieme alle sue imprese, ancora legate all’imprenditoria francese e senza iniziativa autonoma, che deve risolvere quanto prima le proprie criticità politiche e dedicarsi allo sviluppo del paese.

Nuove minacce all’orizzonte

Le relazioni con gli Stati Uniti, proficue durante la presidenza di Ben Ali, sono ad un punto di svolta. Il recente, gravissimo, episodio all’ambasciata statunitense si inserisce in una escalation di estremismo che ha visto intensificare pian piano i suoi obiettivi. Dopo le proteste davanti alla galleria d’arte contemporanea El Marsa e quelle promosse da Ayman al-Ẓawāhirī, leader di al-Qāʿida, contro il governo tunisino, l’assalto alla rappresentanza diplomatica degli Stati Uniti – premeditato o meno – è stato un’evidente prova di forza dei gruppi salafiti contro il governo di Jebali. Il suo ministro degli interni Ali Laarayedh vorrebbe usare il pugno di ferro contro i violenti, ma è Rashid Ghannushi a frenarlo: quest’ultimo da tempo cerca un dialogo, se non un’integrazione nello scenario istituzionale, dei salafiti. La fuga dell’imām Abu Ayadh, fondatore del gruppo terroristico Ansār aš-Šharīʿa, accerchiato dalla polizia nella sua moschea ma aiutato dalle migliaia di fedeli, dovrebbe far riflettere sulle condizioni politiche con cui il movimento al-Nahḍah ha a che fare.

Il partito mantiene un atteggiamento politico responsabile, ma deve anche fronteggiare i propri settori più radicali e le pressioni ormai incisive dei gruppi salafiti: a cominciare dalla proposta di reintrodurre il venerdì come giorno di riposo settimanale (fu il presidente Bourghiba a preferire la domenica come giorno festivo, per avvicinarsi ai costumi occidentali) avanzata dal predicatore Be’chir Ben Hassen, o dalle nuove leggi del ministero dell’insegnamento superiore che permettono l’utilizzo nelle università del niqāb, il velo che copre l’intero volto ma lascia gli occhi scoperti, finora vietato. Da tempo infatti il settore dell’istruzione è nel mirino delle frange estremiste, che cercano di arruolare e formare la parte più giovane del paese, nonostante la Tunisia possa vantare una seconda posizione nel mondo arabo – subito dopo la Giordania – per la qualità della proprio sistema scolastico. Sebbene il presidente Moncef Marzouki sia consapevole del pericolo che i salafiti possono costituire per la democrazia e l’immagine della nazione, il governo afferma di poterli controllare, evidentemente con qualche riserva: il cancelliere Angela Merkel ha infatti annullato la sua visita ufficiale in Tunisia prevista per l’inizio di ottobre.

I tempi che si prospettano per la conclusione dei lavori dell’Assemblea Costituente sembrano piuttosto lunghi e la mancanza di una visione aperta e condivisa – tra i partiti e soprattutto tra la popolazione – non lascia spazio alle migliori prospettive. La sintesi di idee politiche diverse, emerse repentinamente dopo la caduta di Ben Ali, avrà bisogno di spazi e tempi adeguati per la maturità di una nazione piccola ma strategica nel contesto mediterraneo e arabo. Rashid Ghannushi, considerato il padre di al-Nahḍah e della nuova Tunisia, ha annunciato durante un’intervista nel programma Liqaa Khass della TWT che il 18 ottobre verrà resa nota la data delle prime elezioni politiche con la nuova costituzione. La campagna elettorale sarà molto dura, e nulla lascia presagire un miglioramento del dibattitto politico già aspro, ma la Tunisia è certa di non voler rivivere il proprio passato.


NOTE:
Simone Massi è laureando all'Università La Sapienza di Roma.
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