La varietà civilizzazionale come veicolo per cambiare il mondo

05/11/2012 Vladimir Jakunin Geopolitica & Teoria Un commento
La varietà civilizzazionale come veicolo per cambiare il mondo

Prosegue la traduzione degl’interventi più rilevanti del X Forum di Rodi del World Public Forum “Dialogue of Civilizations”, partner dell’IsAG. Dopo quelli di Tiberio Graziani e di Hans Köchler, è il turno dell’intervento di Vladimir Jakunin, co-fondatore e presidente del Forum, alla sessione inaugurale del 4 ottobre.

 
Gli eventi che si sono svolti durante gli ultimi 3 decenni devono ancora essere analizzati in maniera approfondita dal punto di vista fattuale per poter arrivare ad una valutazione scientifica, ma già oggi sembra evidente che il mondo è entrato in una nuova fase di colossale trasformazione sociopolitica ed economica. A dire la verità, questa è la conclusione alla quale si è giunti come risultato del decennale lavoro del World Public Forum “Dialogue of Civilizations”.

In molti, nel mondo d’oggi, sono arrivati a capire che tutto il pathos e gli sforzi – a volte eccessivi – da parte di coloro che vorrebbero creare un mondo globale con una nuova economia, con nuove politiche ed una nuova struttura democratica della comunità mondiale nella sua versione anglosassone, s’accompagnano all’idea che sia possibile, anzi necessario, implementare rapidamente trasformazioni progressive della vita umana, indipendentemente dal suo contesto civilizzazionale. Tuttavia, non è così semplice. Volontariamente o meno, questi iniziatori si sono lasciati sfuggire un dettaglio: la comunità umana è capace non solo di sottoporsi a cambiamenti dinamici in molte direzioni; ma si basa anche sull’esperienza storica che accomuna pratiche culturali e religiose, valori e costumi tradizionali di civiltà diverse che tengono intatte le forme di vita materiali e spirituali. Quindi, questo ci aiuta a parlare delle basi fondamentali dei processi storici o, per metterla in maniera diversa, le costanti culturali che non devono essere ignorate se parliamo di osservare le leggi filosofiche basilari della “unità e conflitto degli opposti” e del “rifiuto del rifiuto” nel processo di costruzione di un futuro più progressista, democratico, umano ed integrativo.

La condizione traballante di tutti i livelli del sistema mondiale odierno dimostra una caratteristica distintiva di cui gli scienziati politici e dignitari pubblici avevano iniziato a parlare solo alla fine del ventesimo secolo. Le crisi nelle politiche internazionali e nell’economia mondiale, le guerre mondiali, un grande malcontento popolare e varie catastrofi sono già accadute in passato, ma non sono state accompagnate da una pericolosa crescita di tensioni interculturali.

Un’eccessiva pressione ed una penetrazione aggressiva da parte dell’Occidente nelle regioni tradizionalmente musulmane ha portato al punto in cui si è vista la prima reazione politica nel mondo alla destabilizzazione delle relazioni interculturali, con la Dichiarazione del Simposio Islamico tenutosi a Teheran nel 1999. In quella Dichiarazione, i rappresentanti dei capi di Stato e di governo nell’Organizzazione della Conferenza Islamica hanno chiesto l’instaurazione di un dialogo tra le civiltà, per poter promuovere una miglior analisi e soluzioni a numerosi problemi internazionali. Inoltre, la Dichiarazione elabora un gran numero di direttrici costruttive e problemi che richiedono tutt’oggi una discussione internazionale. Alla fine del secolo scorso il Presidente dell’Iran, Mohammad Khatami, mise l’accento sulla necessità di lanciare un nuovo progetto che potesse competere con e contro l’ideologia di sfiducia, ostilità e scontro tra civiltà. Questa iniziativa, appoggiata dall’ONU, mirava a promuovere un dialogo e una reciproca comprensione e cooperazione tra civiltà.

La cinquantatreesima sessione dell’Assemblea Generale proclamò il 2001 come anno del Dialogo tra Civiltà. Nel contesto di questo dialogo, il Presidente Khatami propose di “discutere gli aspetti storici e filosofici del problema, e di esplorare i significati metaforici e letterali del concetto di “dialogo” e ciò che ne pensavano i grandi pensatori”. Khatami parlò dei principi fondamentali che dovrebbero stare alla base di questo dialogo: uguaglianza e rispetto reciproco tra le parti, disponibilità ad “ascoltarsi”, mutua tolleranza e buona volontà. Dal suo punto di vista, un dialogo genuino è incompatibile con concetti come “assoggettamento” o “dominio culturale”: “Nessuna civiltà ha il diritto di appropriarsi dei risultati di un’altra, né di negare che altre culture partecipino alla storia della civiltà umana”. Così il progetto mirato ad adottare un dialogo tra civiltà emerse non come antagonista della teoria di “uno scontro tra civiltà”, benché in polemica con esso, ma come modello costruttivo per creare un nuovo paradigma nelle relazioni internazionali – un paradigma mirato a raggiungere obiettivi come “il superamento dello stato tragico del mondo odierno”, liberando l’umanità dalle guerre, dalla violenza, dallo sfruttamento, contrattaccando il degrado morale ed affrontando le sfide dei disastri ambientali. Lo scontro di civiltà di Samuel Huntington, un filosofo e politologo nordamericano, provocò una vasta reazione pubblica. Il suo libro divenne un best seller alla fine del ventesimo secolo. Questa pretenziosa e pseudoscientifica pubblicazione si rivelò essere un tentativo di spianare la strada e anche di creare un manifesto per l’inevitabilità della guerra di civiltà – qualcosa in linea alle sceneggiature di Hollywood per i film di guerra con alieni da altri pianeti. Però, la preoccupazione di Huntington sulla stabilità della civiltà mondiale ha delle radici più profonde.

Per poter capire meglio, è sufficiente dare un’occhiata ad un altro studio di questo stesso filosofo nordamericano. Questo studio ha a che fare con le sfide alla “identità nazionale nordamericana” e minaccia di degradazione dell’identità civilizzazione degli USA. Stiamo parlando del libro di Samuel Huntington Who are we?. Huntington scrive che gli USA stanno diventando il mondo… che il mondo sta diventando gli USA… Cosmopolita? Imperiale? Nazionalista? L’autore ritiene che spetti agli USA fare una scelta – una scelta che modellerà il destino della nazione ed il destino del mondo. Di conseguenza, pare evidente che sia l’autore nordamericano sia i partecipanti al simposio islamico abbiano espresso la stessa preoccupazione circa lo stato presente delle relazione interculturali. Il problema comune riguardante sia l’Occidente sia l’Oriente è il seguente: mentre siamo testimoni dei crescenti squilibri nelle sfere politiche ed economiche dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, la comunità degli Stati è arrivata al limite oltre il quale, se non dovesse fermarsi in tempo, si potrebbe arrivare alla distruzione e alla devastazione della struttura civilizzazionale del mondo. E ciò che l’umanità dovrà affrontare, oltre i limiti esistenti del mondo civilizzato, è un qualcosa che possiamo solo immaginare.

Il Primo Ministro britannico Margaret Thatcher una volta ribadì metaforicamente che la civiltà non è altro che una pelle sottile. L’essenza politica di quella metafora venne in superficie durante la crisi della Jugoslavia. Allora la “Lady di ferro” promise agli ostinati Jugoslavi di “bombardarli fino a riportarli all’Età della pietra”. La minaccia è stata prontamente messa in atto. Da quel momento in poi, raid e interventi armati sono diventati per i politici occidentali un mezzo quasi legittimo di “riportare alla ragione” chiunque non concordasse con i metodi occidentali di democratizzazione delle società e di liberalizzazione dell’economia. Qui, infatti, abbiamo assistito all’attuazione della “regola del precedente vincolante” che è così tanto rispettata dai Britannici. E oggi, 50 anni dopo la cruciale crisi caraibica, possiamo nuovamente essere testimoni di un tale sviluppo di eventi. Però, nelle condizione attuali, un semplice accordo tra leader di due super potenze per cessare il scontro non è più sufficiente. Ciò di cui si ha bisogno è un dialogo responsabile ed effettivo.

Quali sono i principi pratici per organizzare questa interazione in forma di dialogo? Per 10 anni il lavoro pratico condotto dal World Public Forum è stato costruire le fondamenta del dialogo, che di per se è il principio base che rende possibile l’interazione tra culture, così come come il principio che apre la strada all’armonizzazione delle relazioni internazionali.

Un prerequisito primario per il lancio pratico del “dialogo di civiltà” è sempre stato l’accettazione di un numero di condizioni che danno al Dialogo un carattere civilizzazionale e un’atmosfera corrispondente. Queste condizioni includono l’apertura verso tutti i partecipanti, il rispetto della dignità di ciascuno di loro, responsabilità per l’identità culturale che rappresentano, così come la fiducia nelle decisioni prese dai partecipanti al Dialogo. Non meno importanti sono le condizioni di completa rappresentazione delle posizioni civilizzazionali nel Dialogo, e nel contempo il rifiuto di valutazioni in absentia di qualsiasi terza posizione nell’evento per le quali non sia stato dato il consenso. E’ importante riconoscere il vero ruolo delle strutture non governative della società civile nel portare avanti le idee del dialogo. Le ONG hanno una missione storica e sono capaci di dare vita al paradigma del dialogo di civiltà, mentre i governi, gli organi ufficiali e i rappresentanti possono solo condurre negoziati, proteggendo i cosiddetti “interessi nazionali” delle élites politiche.

In tal senso, il Dialogo di civilità ha un rapporto diretto con l’attività delle organizzazioni non governative internazionali (ONGI):
- le ONGI possono discutere i fondamenti civilizzazione con le ONG locali nell’ambito del regime di dialogo;
- le ONGI possono esprimersi contro i fondamenti civilizzazioni delle comunità e, fuori dalla struttura d’un dialogo con date comunità, condurre un’attività che proceda da valutazioni arbitarie delle peculiarità civilizzazionali di quelle comunità.

La storia dei decenni recenti offre molti esempi di scontri non solo duri, ma anche brutali in diverse parti del mondo. Nel 2012 stiamo assistendo ad un conflitto armato in Siria; disordini nel mondo islamico che sono iniziati con l’emergere del film L’Innocenza dei Musulmani; la repressione dei Cristiani in molti paesi islamici; la continua pressione che molti paesi occidentali stanno mettendo all’Iran; la tensione tra Sudan e Sud Sudan, il conflitto nel Mar del Giappone. Questi scontri sono continuati e stanno continuando perché nella vita della comunità umana c’è molta più sequenzialità naturale di quanto pensassimo. Disprezzare i valori culturali ci priva della speranza di creare un’immagine favorevole del futuro e di stabilire un giusto governo giusto della comunità mondiale. E’ il momento che gli architetti dei cambiamenti globali accelerati abbandonino la loro “mediocrità infantile” e propensione alla semplicità se sperano che i loro obiettivi possano adattarsi a quelli della società umana.

Un approccio civilizzazione alla storia è una realtà da già 150 anni; tuttavia, lo studio della storia procede ancora, di regola, lungo un paradigma lineare ereditato dal Rinascimento da Hegel e Marx. La civiltà è vista, in questo caso, come un concetto finito che denota tutta l’umanità, in generale, nel suo sviluppo storico, un sinonimo del concetto di “cultura”. Però, c’è ancora un altro modo di interpretare la civiltà che è più accettabile nel paradigma contemporaneo della civilizzazione, dove quest’ultima è vista come un aggregato di piani separati di sviluppo storico che sono emersi in particolari territori nazionali- e, in tal senso, parliamo di civiltà greca, romana, cinese, indiana, russa e di altre civiltà. E’ precisamente questa comprensione della civiltà che oggi è più necessaria per analizzare le peculiarità del mondo multipolare.

La vita della comunità mondiale e i processi di interazione internazionale non si nutrono affatto di alcun tipo di fusione o “mistura” di culture in “qualcosa di nazionale nella forma e internazionale nel contenuto”. E ancor meno d’aiuto per lo sviluppo della comunità mondiale è “coercizione politica della comprensione e del rispetto”. L’intercambiabilità delle culture e delle civiltà per adattarsi ad interessi politici o a certe ambizioni dottrinali porta lo sviluppo della civiltà a un vicolo cieco.

B.S. Yerasov, studioso russo, ha scritto in maniera molto precisa dell’assurdità di civilizzare con la forza sotto la bandiera della democrazia e dell’economia liberale. “Quanto più semplici sono i costrutti che affermano la possibilità di “cambiare la civiltà” e ‘diventare una società normale’. Quante società, nella storia del mondo d’oggi, passerebbero questo test psichiatrico? E cosa ci vuole per “cambiare le civiltà” “con estrema rapidità”?!”.

La coerenza della civiltà mondiale e il potenziale di integrazione, al contrario, presuppongono che una varietà di culture e civiltà sianopreservate. Prima di tutto, ogni civiltà deve preservare la sua identità in un mondo che cambia furiosamente e dare il suo contributo alla ricchezza comune (altrimenti, la parola “comune” diventa inutile). In secondo lungo, preservare ogni identità significa oggi creare una certa infrastruttura civilizzazione per l’integrazione ed il dialogo, che eserciti un’influenza organizzatrice e ordinatrice sulle civiltà che stanno interagendo.

Per citare ancora Yerasov: “Non è lo scontro di civiltà che minaccia le relazioni mondiali, ma precisamente l’indebolimento dei principi civilizzazionali, incoraggiato dall’Occidente, secondo cui il suo sistema dovrebbe avere la priorità. Questo porta alla distruzione [...] dei regolatori civilizzazioni”.

Il grado di disparità fra modelli di esistenza decente nel mondo d’oggi, che sta attraversando una crisi derivata da approcci semplicistici basati sull’economia, è alta quanto nei primi anni seguenti la distruzione del sistema di confronto politico. In un certo senso, dal 1917 fino alla fine del 1980 c’è stata una disposizione di blocco bipolare in cui gli Stati-nazione, come molecole in un movimento caotico, venivano parzialmente orientate sotto l’influenza di un campo. Precisamente questa è stato la causa della polarizzazione; in altre parole, definì piuttosto gentilmente il modello di comportamento internazionale.

Poi, quasi istantaneamente, molti degli attori delle relazioni internazionali sono stati costretti a iniziare a orientare i loro progetti indipendenti di sviluppo per meglio soddisfare le regole ferree dell’economia di mercato mondiale. Alcuni sono riusciti in questo tipo di auto-sacrificio, ed alcuni ne sono stati capaci. La coesistenza bipolare non poteva essere preservata nelle condizioni di una così dura competizione. Solo un dialogo poteva prevenire un tale sviluppo degli eventi.

Lo scoppio delle fondamenta economiche liberali di questo sistema mondiale ha messo nell’agenda la questione delle strategie di lungo termine per garantire la conservazione di statualità, libertà, e della sopravvivenza stesso dell’intero sistema di relazioni interstatuali e interpersonali che hanno preso forma nel corso dei millenni. Mi sembra che i progetti con una base civilizzazionale abbiano il maggior potenziale di raggiungere il consenso, attraverso il dialogo, sulle basi di un ordine mondiale più stabile e giusto.

Una delle conseguenze dei problemi geopolitici del mondo contemporaneo è l’ascesa di processi attraverso i quali il dominio culturale diventa più arcaico e barbaro. La società stessa, prima di tutto, è soggetta a diventare arcaica attraverso un processo di semplificazione e declino nel grado di complessità dei suoi agenti formativi di base,che avviene nel contesto di un crescente ruolo per tipi semplici e primari di relazioni sociali, principalmente relazioni etniche.

Il cuore della barbarizzazione è un processo attraverso il quale i popoli e le aree periferici perdono contatto con i centri avanzati di civilizzazione. Sia all’inizio sia alla fine del XX secolo questi processi di barbarismo sempre più arcaico hanno avuto molte dimensioni: “quella politica, attraverso il ristabilimento di regimi autoritari o semi despotici; quella sociale, attraverso la continua propagazione e il rafforzamento di caste locali e strutture di clan; e quella civilizzazionale, attraverso la distruzione delle basi spirituali e istituzionali comuni per l’integrazione di una popolazione variegata, e il rafforzamento del separatismo etnico”.

Sembra che le radici più profonde delle condizioni odierne dell’ordine mondiale, ormai vicino al caos, risiedano nella quasi paradossale interconnessione iniziale e influenza reciproca di due matrici ideologiche opposte, che hanno mantenuto il mondo del ventesimo secolo in uno stato d’equilibrio teso e bipolare. Questo significava l’equilibrio sull’orlo del conflitto, attraverso il quale i due sistemi competitori sono comunque riusciti a evitare scontri fatali. Il lato positivo di quell’equilibrio/competizione/opposizione, che è stato destramente regolato da entrambi i lati, sono stati molti decenni di pace, e progresso scientifico-tecnologico e socio politico che ha avuto ottimi risultati (conquista dello spazio, il programma di disarmo, la politica di non proliferazione, ecc.). Un altro elemento necessario di questo ordine mondiale bipolare è stato il cosiddetto Terzo Mondo, che ha ricevuto una vera e propria opportunità di modernizzazione ed è stato capace di affermare i suoi interessi dopo molti secoli di assoggettamento coloniale. Gli interessi della maggioranza di questi paesi e popoli, tuttavia, non ha praticamente nessuna protezione sotto la globalizzazione unipolare.

La distruzione dell’ordine mondiale costruito dai due sistemi in competizione ha essenzialmente spostato tutti i problemi della comunità mondiale verso la zona di transizione delle relazioni tra civiltà. Entro questo “spazio”, tutto acquisisce delle caratteristiche specificamente involutive e valutazioni regressive per l’identità civilizzazionale, espressi dall’emergere di slogan arcaici e appelli a combattere “l’asse del male”, “il fondamentalismo islamico”, la minaccia nucleare iraniana, la soppressione della democrazia in Russia e così via.

Il mondo non può rimanere sospeso in eterno in uno stato di equilibrio forzato, pieno di pericoli di tensioni e conflitti. Il mondo necessita di un futuro di maggiore certezza e prevedibilità, così come del fondamento a lungo termine di relazioni basate non solo su interessi pragmatici, ma anche su aspirazioni spirituali profonde.

Stiamo ora assistendo – l’abbiamo davanti agli occhi – alla distruzione delle illusioni del mondo unipolare. In questa situazione è importante per noi comprendere che una transizione verso le nuove realtà di un mondo multipolare non può avvenire da sola: se le illusioni sono distrutte, rimane il desiderio di preservare l’influenza unipolare nel mondo.

Ci sembra che un modo di uscire dal vicolo cieco dellacollassante “ideologia del globalismo”, oltre a preservare il vero contenuto dei processi integrativi dello sviluppo mondiale, si possa trovare, soprattutto, nel riconoscere il primato del diritto internazionale in un mondo policentrico. Il problema della forma in cui ciò avverrà può essere risolto nel dialogo. Ma è assolutamente ovvio che le sue fondamenta debbano alla fine includere il riconoscimento dell’unicità e delle speciali caratteristiche storiche e culturali delle varie immagini di civiltà del mondo.

Ciò che è particolarmente importante oggi è rafforzare una comprensione reciproca fra i popoli nelle sfere umanitaria e pubblica. Oggi stiamo assistendo alla conclusione della globalizzazione spontanea. Il risultato di questa epoca sembra mettere in discussione la convinzione che esistano dei tipi di forme assolutamente universali di valori umanistici.

Se parliamo del concetto di “democrazia”, vediamo una tendenza generale alla formazione di regimi democratici che non si assomigliano fra loro, per esempio, quelli nel Nord America dove l’idea stessa sembra aver attraversato il processo di totale svalutazione ed ha acquisito lo status di una commodity che può essere venduta, comprata o inserita a forza in un qualche tipo di standard (commodificazione della democrazia). Se parliamo di diritti umani, vale la pena ascoltare l’opinione secondo cui l’istituzione di una serie formale di diritti e libertà civili a livello nazionale dovrebbe servire a promuovere l’attuazione la concezione della dignità dell’individuo che appartiene alla civiltà interessata. In qualsiasi evento, i diritti umani non dovrebbero sopprimere o contraddire la concezione di dignità umana sul quale si basa una data civiltà e che costituisce la sua essenza umana.

Queste diverse versioni, però, non vogliono secondo me dire che il mondo stia entrando in una fase di relativismo valoriale. Significa semplicemente che il mondo sta entrando in un periodo di vera diversità civilizzazionale. E dobbiamo riconoscerlo e imparare a vivere in questa realtà.

In conclusione vorrei leggere due citazioni:

“Le Nazioni Unite stesse sono state create con la convinzione che il dialogo possa trionfare sulla discordia, che la diversità sia una virtù universale, e che tutti i popoli del mondo siano molto più uniti da un destino comune di quanto non siano divisi da identità differenti”, ha detto il Segretario Generale dell’ONU Kofi Annan, uno degli iniziatori del dialogo di civiltà nel 2001. “Ciò che storia dovrebbe insegnarci è anche il fatto che insieme ad un’infinita diversità di culture esiste una civiltà globale, basata sui valori comuni di tolleranza e libertà. E’ una civiltà che deve essere definita dalla sua tolleranza del dissenso, dalla sua celebrazione della diversità culturale, dalla sua insistenza sui diritti fondamentali, universali dell’uomo, e dalla sua fede nei diritti delle persone, ovunque nel mondo, di poter avere voce su come sono governati. E’ una civiltà basata sulla convinzione che la diversità delle culture umane sia un qualcosa da celebrare, non da temere. Infatti, molte guerre partono dalla paura di chi è diverso da loro. E solo attraverso il dialogo certe paure possono essere superate”.

“Lo standard del diritto internazionale non è l’uniformazione delle relazioni sociali ed economiche, ma la creazione di una struttura per l’esistenza di vari esperimenti sociali e politici. Sappiamo che un certo numero di esperimenti economici e sociali sono stati messi al bando o discreditati politicamente in passato. Abbiamo bisogno di creare un nuovo ordine che definisca chiaramente questa molteplicità”, ja detto Alfred Gusenbauer, l’ex Cancelliere Federale dell’Austria, durante il suo discorso al World Political Forum del 9 Settembre 2010.

A nostro giudizio, solo un vasto movimento pubblico sarà capace di fare progressi pratici verso l’obiettivo di espandere il dominio del dialogo e di trasformarlo in un efficace processo internazionale. Questo discorso ha toccato i principi base sui quali il World Public Forum – Dialogue of Civilizations si affida nel suo lavoro verso la consistente e pacifica interazione interculturale tra diversi Stati-nazione e società.

Se dobbiamo tirare le conclusioni sulla base di ciò che è stato detto, bisogna notare due tendenze. Nel mondo scientifico e politico sembra essersi già cristallizzata una comprensione oggettiva di un paradigma dominante nel mondo odierno, che lo sviluppo “post-industriale globalizzato” del mondo è già limitato e si è esaurito. Tuttavia, contemporaneamente, il desiderio di preservare “lo status quo” in favore dell’uscente paradigma è pieno di svariate sfide per tutta la comunità mondiale. Qui stiamo parlando di una tendenza a sostituire “lentamente” il dato paradigma da parte di forze occidentali, e principalmente degli USA con il paradigma del “dominio totale” nel nuovo mondo “protetto dalle armi del consumismo aggressivo” (come definito da Jagdish Kapur).

Il mondo multipolare di oggi è stato modellato in gran parte nel contesto di due teorie di base: il conflitto e il dialogo di civiltà. Inoltre possiamo vedere che la crisi finanziaria ed economica è stata causata principalmente da una crisi di un certo tipo di organizzazione sociale e di un modello liberale di crescita economica; la crisi, a sua volta, ha dato via a delle trasformazioni globali in tutte le aree di civiltà, società ed umanità. A nostro parere, è l’ottica e lo strumento del dialogo di civiltà, com’è stato creato e sviluppato negli ultimi dieci anni, ad aver reso possibile d’individuare le società inclusive correttamente assieme, e di segnare il sentiero di possibili scenari per lo sviluppo.

(Traduzione dall’inglese di Giuliano Luiu)


NOTE:
Vladimir Jakunin è co-fondatore e presidente del World Public Forum "Dialogue of Civilizations".
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