Diritti umani e valori asiatici: un’introduzione al dibattito

07/11/2012 Donatella Ilario Estremo Oriente
Diritti umani e valori asiatici: un’introduzione al dibattito

Sono trascorsi 64 anni dal 10 dicembre 1948, giorno della solenne deliberazione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite che approvava e proclamava la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, e da allora sono stati formulati a proposito circa 80 convenzioni e atti. La Dichiarazione inaugura, infatti, il processo di internazionalizzazione dei diritti degli individui e dei popoli, che si costituiscono sul piano normativo come principi prioritari rispetto alla sovranità e agli interessi degli Stati. Oggi, tuttavia, l’universalità dei diritti è rimessa profondamente in discussione dalle note accuse di occidentalizzazione e di misconoscimento delle identità culturali.

I diritti umani devono fronteggiare due tendenze contrapposte: quella della globalizzazione e quella del multiculturalismo. Per tal ragione, si è avvertita l’esigenza di garantire maggiormente la protezione internazionale dei diritti attraverso la loro progressiva regionalizzazione e specializzazione (Carta Africana, Carta Interamericana, CEDU). Tale processo ha però bypassato il continente asiatico e inibito la reciproca osmosi tra sistema internazionale e sistemi nazionali sul tema dei diritti umani. La mancata stipulazione di un Atto regionale giuridicamente valido viene giustificata dalle istituzioni asiatiche con la tesi dell’indiscussa eterogeneità e vastità del continente, che rende difficile trovare un’intesa comune, e, soprattutto, con la controversa distinzione tra valori universali, la cui origine è attribuita all’Occidente, e valori asiatici, frutto della tradizione socio-culturale dei popoli d‘Oriente. Alcuni paesi del Sud-Est asiatico, che si riconoscono nella nota Shared Values (in primis Singapore, Malesia e Indonesia), hanno sollevato la questione dei valori asiatici, lamentando la loro mancata considerazione nella codificazione universale dei diritti dell‘uomo. Il richiamo ai valori asiatici si sostanzia in una forma di relativismo culturale inconciliabile con i diritti umani soggettivistici, di derivazione occidentale: l’esigenza sistemica della tradizione orientale privilegia i doveri degli individui nei confronti della collettività, piuttosto che i loro diritti e, rispetto a questi, quelli collettivi anziché quelli individuali.

A tal proposito, nel 1993, alla Conferenza mondiale di Vienna sui diritti umani, il vice ministro degli esteri cinese Liu Huaqiu dichiarava: “Il concetto dei diritti umani è un prodotto dello sviluppo storico. È strettamente legato alle specifiche condizioni sociali, politiche ed economiche, e alla storia, alla cultura e ai valori specifici di un determinato paese. Fasi diverse dello sviluppo storico comportano esigenze diverse per quanto riguarda i diritti umani. Pertanto non si può e non si deve pensare al principio e al modello dei diritti umani, proprio di certi paesi, come l’unico appropriato e chiedere che tutti i paesi vi si conformino. Per il folto gruppo dei paesi in via di sviluppo, rafforzare e proteggere i diritti umani significa prima di tutto garantire la piena realizzazione dei diritti alla sussistenza e allo sviluppo”.

Politici incisivi come il singaporiano Lee Kuan Yew e il malese Mahathir Mohamad, presentando il loro catalogo sui Shared Values, sostengono: “L’espressione valori asiatici, divenuta sinonimo di valori confuciani, incorpora un sistema di principi che pone lo sviluppo economico al di sopra di tutto il resto e implica che questo sviluppo sia seguito da un miglioramento del livello di vita per tutti; ne segue che i diritti civili e politici possono essere legittimamente sospesi fino al compimento dello sviluppo economico, e anzi che il loro diniego è necessario per assicurare il progresso economico e i benefici che ne derivano”. Il rappresentante di Singapore ha aggiunto: “Lo sviluppo e il buon governo richiedono un bilanciamento tra diritti individuali e diritti della collettività cui l’individuo appartiene, e attraverso la quale gli individui possono realizzare i propri diritti. Il punto di equilibrio varia da paese a paese, nei diversi momenti storici. Ogni Paese deve trovare la sua strada. Le questioni sui diritti umani non si prestano a formule generali. […] L’assunto che si debba necessariamente arrivare ad una democrazia, come alcuni la chiamano, non è garantito dai fatti”.

Anche il leader indonesiano Haji Mohammad Suharto, pur non negando l’universalità dei diritti umani, richiama l’esigenza di prestare maggiore attenzione all’eterogeneità delle varie aree del mondo: “Come nei paesi in via di sviluppo si riconosce la genesi delle concezioni occidentali dei diritti, così l’Occidente dovrebbe manifestare un’analoga comprensione per l’origine storica e le esperienze dei paesi non occidentali, per i loro valori culturali e sociali e per le loro tradizioni. Molti paesi in via di sviluppo [...] hanno maturato una diversa sensibilità basata su esperienze differenti riguardo ai rapporti tra individuo e società, tra un individuo e un altro, nonché riguardo ai diritti della collettività rispetto ai diritti individuali”.

Di altra opinione è il presidente della repubblica coreana, Kim Dae Jung, che in Asia’s Destiny ha scritto: “L’Asia ha una ricca eredità di filosofie e tradizioni orientate verso la democrazia. Ha già fatto dei grandi passi verso la democratizzazione e possiede le condizioni necessarie per sviluppare la democrazia anche oltre il livello dell’Occidente [...] l’Asia non deve indugiare ma instaurare saldamente la democrazia e rafforzare i diritti umani. L’ostacolo maggiore non è l’eredità culturale ma la resistenza dei governi autoritari e dei loro apologeti [...] La cultura non è necessariamente il nostro destino. La democrazia sì”. Aung San Suu Kyi, in Freedom from Fear, ha affermato qualcosa di molto simile: “Non è una novità che i governi del Terzo Mondo cerchino di giustificare e di perpetuare un regime autoritario sostenendo l’estraneità dei loro paesi ai principi liberali e democratici. Evocano a sé implicitamente l’unico potere legittimo di decidere che cosa è o non è conforme alle norme culturali indigene”.

La critica alla nozione di valori asiatici segue altri molteplici argomenti. Al di là del riconoscimento o meno di questi valori, il loro fondamento culturale è ritenuto dalla comunità internazionale del tutto opinabile: i richiami, ad esempio, ai principi del confucianesimo, dell’induismo o del buddismo operano soltanto ad un livello astratto, considerando le differenze che distinguono queste religioni e le loro innumerevoli varianti. Inoltre, come sostiene la giurista T. Groppi, rimarrebbero tagliate fuori da questa ottica anche intere aree, quali il mondo islamico (Indonesia e Malesia ) o i paesi a maggioranza cattolica (Filippine). Di recente Lee Kuan Yew, in un’intervista con Chris Patten, ultimo governatore inglese di Hong Kong, ha parzialmente rettificato le precedenti dichiarazioni: “L’espressione valori asiatici è semplicemente un’etichetta, uno slogan. Non c’è alcun singolo sistema di valori generale applicabile a tutta l’Asia, ma ci sono principi comuni, come le responsabilità familiari e la parentela. Sebbene questi principi possano essere universali, si sono sviluppati in modi differenti. La tradizione confuciana, comunemente identificata con tutta l’Asia, comprende diverse correnti, e sebbene i valori centrali come l’importanza della famiglia e delle responsabilità connesse possano essere descritti come ‘asiatici’, altri valori rubricati sotto di essa possono essere ugualmente applicabili altrove”.

L’opinione derivante da tali dichiarazioni può condizionare sensibilmente il riconoscimento di elementi peculiari presenti nel dibattito asiatico sui diritti umani. Tale dibattito ha trovato, però, basi significative e una sua concretizzazione in un preciso documento politico: la c.d. Dichiarazione di Bangkok, adottata nel 1993, in cui si riconosce che “nonostante i diritti umani abbiano carattere universale, debbano essere considerati nel contesto di un processo dinamico e in una costante evoluzione di sviluppo normativo, tenendo presente il significato delle specificità nazionali e regionali e i diversi background storici, culturali e religiosi”. Nella Dichiarazione, però, si prevede la difesa della sovranità nazionale e il ruolo centrale che, soprattutto nella tutela dei diritti umani, devono ricoprire i singoli Stati. Molti leader rifiutano di accettare gli standard internazionali dei diritti umani, sostenendo che si tratta di valori culturali imposti dall’esterno, ma è ovvio, come afferma lo storico M. Flores, che riconoscere i diritti come frutto di una specifica cultura non risolve il problema della desiderabilità che essi siano universali.

La Carta Asiatica del 1998, testo non vincolante, ma mera dichiarazione di intenti, contempera universalismo e identità culturali, sottintendendo che le idee contemporanee di libertà e di diritti personali e politici non sono un impegno tradizionale delle culture occidentali e che precedenti importanti di tale impegno si ritrovano anche nelle culture asiatiche: le tradizioni culturali “influenzano le modalità con cui una società organizza i rapporti al proprio interno”. Si dovrebbe, dunque, riaffermare “che i diritti e le libertà sono indivisibili e che è errato supporre che alcuni determinati diritti possano essere soppressi in nome di altri”. Questa concezione è supportata dall’idea che “gli esseri umani hanno esigenze sociali, culturali ed economiche, nonché aspirazioni che non possono essere frammentate o settoriali, ma che sono interdipendenti”. Nel 1992 le organizzazioni non governative dell’Asia sudorientale, in preparazione della conferenza mondiale sui diritti umani, asserirono: “I diritti umani universali hanno radici in molte culture. Affermiamo la base dell’universalità dei diritti umani che conferiscono protezione a tutta l’umanità, comprese categorie speciali come le donne, i bambini, le minoranze e le popolazioni indigene, i lavoratori, i rifugiati e i profughi, i disabili e gli anziani. Sebbene proclamino il pluralismo culturale, le prassi culturali che derogano ai diritti umani accettati universalmente, compresi i diritti delle donne, non devono essere tollerate. Poiché i diritti umani sono di rilevanza universale e hanno valore universale, la rivendicazione dei diritti umani non può essere considerata un’ingerenza nella sovranità nazionale”.


NOTE:
Donatella Ilario, dottoressa in Relazioni internazionali (Università di Perugia), collabora col Programma di ricerca "Diritti umani e interventismo" dell'IsAG.
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