Lingua, cultura e identità etnica

09/11/2012 Eliseo Bertolasi Geopolitica & Teoria 0 commentI
Lingua, cultura e identità etnica

Dal 27 al 29 settembre a Kiev si è tenuta la conferenza “Lingua e Cultura” (“Mova i Kul’tura” in ucraino o “Jazyk i Kul’tura” in russo), organizzata dal poeta professor Dmitrij Burago in collaborazione con l’Istituto di Filologia dell’Università Statale “Taras Ševčenko”, e con i più prestigiosi istituti umanistici dell’Accademia delle Scienze di Kiev: Istituto di Linguistica “A. A. Potebni”, Istituto di Lingua Ucraina, Istituto di Letteratura “T. Ševčenko”, Istituto di Psicologia “G. S. Kostjuka”, Istituto di Alta Formazione, Accademia Nazionale della Musica “P.I. Čajkovsky”, oltre che con la casa editrice Sergej Burago. Alla conferenza è stato invitato Eliseo Bertolasi, antropologo dell’Università Bicocca di Milano e ricercatore associato dell’IsAG, che ha presentato in russo una relazione intitolata “Lingua e identità etnica”. Ne riportiamo una sintesi in italiano.

 

Lingua e identità etnica

La lingua non è forse l’elemento essenziale che distingue un popolo da un altro? Un “noi” da un “loro”? L’elemento che separa gli autentici “esseri umani” dai “barbari”, coloro che non sono in grado di parlare una vera lingua ma sanno solo emettere strani e indecifrabili suoni gutturali? È su base linguistica, infatti, che i Greci si definirono proto-nazionalisticamente in opposizione al resto dell’umanità, vale a dire ai “barbari”.
A livello locale non è forse l’ignoranza della lingua dell’“altro” a costituire la più immediata barriera per la comunicazione, e di conseguenza a definire le linee di demarcazione con un altro gruppo? Ancor oggi, ad esempio, parlare un gergo specifico piuttosto che un altro serve a indicare l’appartenenza ad una determinata sottocultura che intende marcare le sue differenze rispetto ad un’altra, o rispetto alla stessa comunità più ampia.
È indiscutibile la potenza connaturata nel rapporto che lega lingua e identità etnica.

L’omogeneità linguistica è stata spesso assunta da etnologi e glottologi come indice di omogeneità culturale sociale e etnica. Più di altri aspetti della cultura, la lingua ha offerto la possibilità d’intraprendere percorsi di ricostruzione storica col fine di stabilire rapporti tra popoli diversi, col proposito di delineare le rispettive origini. Questa visione di lingua ed etnia come elementi corrispondenti, associata all’idea di una duplice “originarietà” linguistica e etnica, ha stabilito un supporto all’idea di autenticità delle culture, un’idea oggi molto spesso evocata per fondare identità etniche, rivendicazioni di diversità e “diritti” alla differenza. Una volta stabilita l’associazione lingua = cultura, società, etnia, diventa semplice ricavare da uno schema di derivazione storica delle lingue uno schema di derivazione storica delle etnie1. Tale operazione è una conseguenza dello sviluppo degli studi di linguistica indoeuropea2.

L’idea di una cultura “originaria” non è infatti molto distante dall’idea di lingua “originaria”. Anzi, la concezione di una lingua e di una cultura entrambe “originarie” si rinforzano a vicenda. Ma ritenere che esista qualcosa di “originario”, come una lingua o una cultura, equivale a pensare tale lingua e tale cultura come delle entità “pure”, “incontaminate” e quindi “autentiche”. Nonostante il fatto che le culture, le società, le etnie, le lingue siano evidentemente delle realtà complesse e dai confini poco definiti, immerse nel flusso continuo del mutamento. Il pensiero sociale si sforza d’individuare un fondamento, una base di stabilità che le possa proteggere nell’immaginario da qualunque forma di cambiamento. Di solito questa ricerca di stabilità viene espressa mediante la nozione di “autenticità”. Attraverso un percorso di “ricerca delle radici”, si arriva infatti a parlare di culture “autentiche”, si rivendica la propria “autenticità”, in alcuni casi si parte persino alla ricerca di un’autenticità “perduta”3. Ma esiste una cultura e di conseguenza una lingua autentica? Questa prospettiva che fa delle culture una specie di contenitori chiusi in cui sarebbero riposte e custodite le “tradizioni” autentiche di una comunità, di un’etnia, di un popolo o di una nazione, nega un dato di fatto: ossia che tutte le culture sono il risultato d’interazioni, di scambi, d’influssi provenienti da altrove4. In sostanza le culture, come le lingue che esprimono, non nascono “pure”.

Il binomio “una lingua/una nazione”, l’idea che l’unità di uno Stato nazionale si realizzi innanzitutto attraverso la condivisone di una lingua comune, da un punto di vista storico, si è sviluppata recentemente, in Europa a partire dal XVIII-XIX secolo fino ai nostri giorni. La lingua come un collante tra ethnos e demos è un argomento molto caro e ricorrente soprattutto in quelle comunità nelle quali proprio il fattore linguistico rappresenta un permanente potenziale squilibrio nei rapporti di potere, e si configura come il luogo dove si gioca (o si è giocata) l’affermazione identitaria. La questione linguistica come indicatore “caldo” dell’identità viene espressa con l’affermazione che la lingua (in questo caso chiamata quasi sempre “lingua madre”) plasma il modo di pensare dei suoi parlanti, e che per effetto, le diverse “mentalità” e i diversi “caratteri nazionali” sono connaturati all’uso delle rispettive lingue5. Secondo quest’ottica è la “madrelingua” o “lingua madre” a definire il pensiero, i comportamenti sociali, l’esibizione o il controllo degli affetti e delle emozioni dei suoi parlanti. Di conseguenza, un confronto tra le lingue diventerebbe un confronto tra “mentalità” o modi di pensare. Restando in quest’ottica è sempre la lingua (varietà linguistica) che crea e rimarca la diversità tra differenti comunità, gruppi, etnie, popoli, nazioni.

Si sente spesso dire: «La nostra lingua fa si che abbiamo un mentalità diversa da quella di…». Tutto ciò, a maggior ragione, se si tratta di una madrelingua con molti secoli di vita, come affermano tutte le comunità, soprattutto quelle minoritarie che si sentano più minacciate. Il “mitema”6 (per utilizzare una definizione di Claude Lévi-Strauss) consiste nell’immaginare che la lingua, proprio per effetto della sua lunga vita, abbia potuto plasmare e scolpire il carattere dell’ethos, che nel suo immaginario simbolico coincide con l’“etnia”, la “razza”. La madrelingua, così si argomenta, deve essere trasmessa alle giovani generazioni proprio per non interrompere, o addirittura per non perdere il carattere “originario” del suo popolo.

Nel rapporto tra lingua e identità nazionale la questione da indagare sarebbe però capire se queste barriere linguistiche venivano ritenute separatori di entità, che potevano già essere considerate come potenziali nazionalità o nazioni, e non una mera difficoltà nella comunicazione tra gruppi parlanti lingue diverse. Dovremmo quindi indagare le cosiddette lingue vernacolari7 e il loro uso in quanto criterio di appartenenza a un gruppo. In questa indagine si dovrebbe inoltre fare molta attenzione a non confondere le posizioni delle persone istruite e colte, con le posizioni di coloro che non lo erano affatto, come a non trasporre anacronisticamente nel passato le usanze attuali8.

Nell’epoca precedente l’obbligo scolastico non esisteva, né si parlava altra “lingua nazionale” che non fosse quella letteraria, oppure un qualche idioma amministrativo scritto, concepito e adattato per uso orale, sia in funzione di lingua franca, per consentire a chi parlava solo dialetti diversi di comunicare tra di loro, sia per rivolgersi a un pubblico popolare superando le varie barriere dialettali. Una “lingua nazionale” veramente parlata e sviluppatasi su base puramente orale, diversa da una lingua franca, risulta difficilmente pensabile per un’area sufficientemente vasta. In altri termini, quella che allora si poteva intendere come “madre lingua”, cioè l’idioma che i bambini imparavano dalle madri analfabete e utilizzavano per la comunicazione quotidiana, non rappresentava affatto una “lingua nazionale”.
Ad esempio: in Italia al momento della sua unificazione, nella seconda meta del ‘800, la lingua nazionale era comunemente usata solo dal 2,5% della popolazione, mentre tutto il resto si esprimeva attraverso dialetti diversi e nella maggior parte dei casi anche reciprocamente incomprensibili. È famosa la frase del patriota e scrittore Massimo D’Azeglio (1798-1866) quando in quegli anni disse: «Abbiamo fatto l’Italia, adesso dobbiamo fare gli Italiani»9.
Tuttavia non si può totalmente escludere, in ambito popolare, la presenza di una sorta di identificazione culturale con una determinata lingua, o con uno specifico complesso dialettale che gli appartenenti di una comunità usavano per distinguersi dagli appartenenti di comunità limitrofe10.

Le lingue nazionali sono pertanto quasi sempre delle costruzioni piuttosto artificiali. Sono il contrario di quanto pretende la mitologia nazionalistica che ne fa uno dei pilastri della cultura nazionale. Si tratta, invece, in generale, del tentativo di escogitare un idioma standardizzato traendolo dalla molteplicità degli idiomi parlati, che vengono di conseguenza degradati al livello di dialetti. Il problema principale di questa attività di costruzione è di solito la scelta di quale dialetto dovrà far da base a tale lingua standardizzata e omogeneizzata. Le storie di quasi tutte le lingue europee richiamano questa base regionale: il bulgaro letterario si basa sull’idioma della Bulgaria occidentale, l’ucraino letterario si basa sui dialetti sud-orientali, il lettone letterario si basa su un’elaborazione media di tre varianti, mentre il lituano su una media di due varianti.. I principi di queste scelte mostrano la loro ampia arbitrarietà11.

In sostanza, l’identificazione di tipo quasi mistico tra nazionalità e una specie platonica della lingua, che esisterebbe al di là e al di sopra delle sue diverse varianti e versioni imperfette, sembra più che altro il frutto di un’elaborazione ideologica di intellettuali nazionalisti, come il filosofo tedesco Johann Gottfried Herder (1744–1803). Nel suo primo scritto del 1764, Über den Fleiss in mehreren gelehrten Sprachen, sostiene infatti che la lingua è come una pianta che cresce e si sviluppa secondo la terra e il clima nel quale è piantata e di conseguenza, poiché «ogni lingua ha il suo proprio carattere nazionale», la nostra lingua materna corrisponde al nostro carattere e al nostro peculiare modo di pensare12.

Dove esiste una lingua elitaria di carattere amministrativo o letterario, per quanto possa essere limitato il suo uso, non è escluso che diventi un elemento centrale di coesione proto-nazionale per tre ragioni che Benedict Anderson ha abilmente illustrato13. Primo: costituisce comunità. Comunità che qualora coincida o possa essere fatta coincidere con una zona territoriale dello Stato e con un’area dialettale, può diventare una specie di modello, o di progetto pilota all’interno di quella comunità più ampia (anche dal punto di vista della comunicazione) che è per l’appunto la “nazione”. Secondo: la lingua comune, proprio perchè non è frutto di un’evoluzione naturale ma deriva da un’opera di costruzione, soprattutto se assoggettata alle esigenze della stampa, acquisisce una nuova forma di stabilità che la fa sembrare dotata di caratteri di maggior permanenza, più “eterna” di quanto in realtà non lo sia. Terzo: la lingua ufficiale dei governanti e delle élites arriva, di solito, ad essere la lingua degli Stati moderni, tramite la pubblica istruzione, o comunque per effetto della pubblica amministrazione.

Se in futuro si parlasse una sola lingua che mondo sarebbe?

David Crystal14 affronta la questione dell’inglese come lingua globale: “Un mondo con una sola lingua superstite” è uno scenario che in teoria potrebbe affermarsi di qui a cinquecento anni: una catastrofe di ecologia intellettuale senza precedenti. Riesce francamente molto difficile pensare a uno scenario di questo tipo. È preferibile guardare alla diversità linguistica come a un patrimonio inestimabile al quale almeno una parte del genere umano non sarebbe disposta a rinunciare. Il sottoscritto è di questa opinione. Paradossalmente, da circa trent’anni molti studiosi dicono che le nazioni non esistono, che sono state inventate in epoca romantica da poeti e scrittori, e che sono semplici “comunità immaginarie”. Il filosofo italiano Costanzo Preve è convinto che non è affatto vero (anche il sottoscritto ne è convinto): le nazioni esistono, i popoli esistono, soltanto le oligarchie finanziarie e gli intellettuali a loro asserviti vorrebbero distruggerle15.
Affermare l’unicità e l’irripetibilità di ogni lingua, se abbracciamo questa causa, non significa però discriminare né le altre lingue, né le sue varietà interne, che possono discostarsi in misura più o meno evidente dallo standard rappresentato dall’arbitraria selezione, storicamente determinatasi, per la formulazione della lingua ufficiale.

La lingua come ponte fra culture e identità

È innanzitutto necessario che le lingue vengano concepite in quanto:

  1. vivono e si evolvono in un ecosistema con altre lingue;
  2. interagiscono con l’ambiente sociale, politico, culturale ed economico nel quale sono inserite;
  3. vengono minacciate se non trovano un valido supporto ambientale rispetto alle altre lingue dello stesso ecosistema.

 
L’Europa costituisce un continente multilingue dove però, nei nostri giorni, è evidente la tensione tra pluralismo linguistico e assimilazione delle lingue “minori” da parte di quelle dominanti. In tempi recenti sono apparsi infatti fenomeni di localizzazione di costruzione e di difesa di “piccole patrie” anche di tipo linguistico16. Per alcuni l’unica via da intraprendersi, da parte dell’Europa, per il reciproco, pacifico riconoscimento delle rispettive diversità è rappresentata dal dialogo tra le lingue e le culture incaricate di rappresentarle: il positivo riconoscimento delle reciproche identità, evitando di concedere spazio sia all’intolleranza xenofoba sia al differenzialismo integralista. L’Europa è ricca di storie, culture, popoli, lingue. Sarebbe un errore delimitarla in un’identità unica, rigida e chiusa in sé stessa a scapito della sua pluralità.. Anche l’Europa è in divenire.

 

Bibliografia

Benedict Anderson, Imagined Communities: Reflections on the Origins and Spread of Nationalism, London, 1983.
David Cristal, English as a global language, Cambridge University press, 2003.
Ugo Fabietti, Elementi di antropologia culturale, Mondadori università, Milano, 2004.
Ugo Fabietti, L’identità etnica, Carrocci, Roma, 2004.
Eric J. Hobsbawm, Nazioni e nazionalismi dal 1780, Einaudi, Torino, 2002.
Gabriele Iannacaro, Vincenzo Matera, La lingua come cultura, UTET – De Agostini, Novara, 2009.


NOTE:
1. Cfr. Ugo Fabietti, L’Identità etnica, Carocci, Roma, 2004, p. 73.
2. Linguistica storico-comparativa sviluppatosi tra la fine del XVIII e gli inizi del XIX secolo.
3. Cfr. U. Fabietti, L’Identità etnica, cit., 2004, pp. 80 -81.
4. Cfr., Ibid, pp. 23-24.
5. Cfr., Gabriele Iannacaro, Vincenzo Matera, La lingua come cultura, UTET - De Agostini, Novara, 2009, pp. 55-56.
6. Unità minima di mito. Lévi- Strauss analizzò e comparò i miti scomponendoli in mitemi e dimostrando che tutti quanti avevano la grande capacità di chiudersi in punti complementari. Cfr., Ugo Fabietti, Elementi di antropologia culturale, Mondadori università, Milano, 2004, p. 132.
7. Le lingue vernacolari non sono scritte, rappresentano un complesso di varianti locali o dialetti che possono comunicare tra loro con maggiore o minore difficoltà in relazione all’isolamento o all’accessibilità del luogo.
8. Cfr., Eric J. Hobsbawm, Nazioni e nazionalismi dal 1780, Einaudi, Torino, 2002, pp. 60 – 61.
9. http://www.corriere.it/unita-italia-150/11_marzo_10/de-cesare-italia-unita-fanalino-coda_13e7441c-4b22-11e0-9e9a-b429a0ac9415.shtml.
10. Cfr., Eric J. Hobsbawm, op. cit., p. 62.
11. Cfr., Ibid, p. 66.
12. Negli scritti Vom Geist der Ebräischen Poesie (Lo spirito della poesia ebraica) e Von deutscher Art und Kunst (Il genere e l’arte tedesca) Herder individua nella poesia e in generale nell’arte l’immediata espressione della vita di un popolo, la forma della sua coscienza, la manifestazione della sua spiritualità, della sua anima profonda, rifiutando l’idea della poesia come imitazione della natura.
13. Cfr., Benedict Anderson, Imagined Communities: Reflections on the Origins and Spread of Nationalism, London, 1983, pp. 46 – 49.
14. Cfr., David Cristal, English as a global language, Cambridge University press, 2003, p. 1-3.
15. http://www.geopolitica-rivista.org/15551/piu-europa-o-meno-europa-meno-europa-e-perche/.
16. Cfr., G. Iannacaro V. Matera, op. cit., p. 74.
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