Le agenzie di rating, chi controlla i controllori?

27/11/2012 Claudio Pellegatta Geoeconomia, Opinioni & Commenti 2 commenti
Le agenzie di rating, chi controlla i controllori?

Quando Mario Monti, nell’ultima assemblea dei banchieri a Roma, ha affermato che l’Italia sta attraversando un percorso di guerra, non si riferiva sicuramente a loro, ma certo evidenziava come una finanza internazionale selvaggia e ingorda possa distruggere un paese sovrano. In quest’allegorica dichiarazione i cavalli di frisia, nei quali i paesi europei più in difficoltà stanno andando a sbattere hanno tre nomi: Moody’s, Standard and Poor’s, e Fitch.

Le agenzie di rating hanno ormai raggiunto un potere abnorme sui paesi e i loro mercati e perciò verso tutti i cittadini. Godono di un potere di manipolare in maniera profonda l’economia e la vita di una nazione. La minaccia sarebbe talmente forte che nel caso fossero dei paesi sovrani, rischierebbero sicuramente una dichiarazione di guerra. Nel 2006, ad esempio, quando Standard & Poor’s e Fitch abbassarono il rating all’Italia, il Paese subì improvvisamente 3,3 miliardi di debito d’interesse: peggio di un terremoto o un bombardamento nemico.

Le agenzie di rating: chi sono?

Le agenzie di rating sono principalmente tre, le già citate Moody’s, Standard and Poor’s, e Fitch. Insieme controllano il 94% del mercato. Sono americane, a parte Fitch, la più piccola, di proprietà anglo-francese. Questi istituti danno una valutazione della qualità del debito per i principali emittenti di titoli, che possono essere società o Stati, dando un giudizio sulla loro capacità di rispettare il proprio debito. Il loro importante ruolo di arbitro però non è garantito da organismi internazionali, scelti dai governi nazionali. Né il loro consiglio di amministrazione viene eletto dai cittadini e neppure sono istituti no profit indipendenti. Sono aziende private di proprietà degli stessi investitori e speculatori internazionali, strettamente legati alla finanza anglo-americana.

Il caso più eclatante di questo conflitto d’interesse è quello di Moody’s, dove Warren Buffet, soprannominato l’oracolo di Omaha per la sua capacità, guarda caso, di capire gli andamenti dei mercati finanziari e terzo uomo più ricco del mondo, controlla la quota maggioritaria dell’agenzia. Anche Standard & Poor’s non è da meno: il suo amministratore delegato è stato per molti anni uno dei protagonisti di CitiGroup, la più grande azienda di servizi finanziari del mondo, appena salvata dal governo americano con 50 miliardi di dollari. Queste agenzie esprimono giudizi, godendo di informazioni riservate e privilegiate, – ricordate l’oracolo di Omaha? – guadagnano cifre da capogiro grazie alle loro opinioni arbitrarie. Controllano e giudicano i loro stessi proprietari e clienti, oltre ai loro medesimi concorrenti. Sembra di vedere una partita di calcio dove l’arbitro, oltre ad aver scommesso tutti i suoi risparmi per la squadra avversaria, giocasse anche come il loro centravanti.

Oltre a giocare in maniere poco chiara nei mercati internazionali, queste agenzie difendono molte volte oltre che gli interessi privati anche quelli nazionali. Quando i titoli di stato americani stavano prendendo una spirale di inaffidabilità a causa di politiche finanziarie ed economiche disastrose della presidenza Bush, trascinando l’economia americana a picco, Fitch invece di denunciare questo pericolo negli stessi giorni mandò un segnale e un forte messaggio di sfiducia verso l’area euro, che non correva di certo simili rischi, togliendo invece pressione ai titoli americani. L’unica volta che invece un’agenzia di rating, Standard and Poor’s, declassò giustamente il giudizio più positivo sul mastodontico debito sovrano americano, il suo capo venne licenziato dopo poche ore.

Quando cala il raiting: cosa succede?

Le conseguenze più dirette dopo l’abbassamento di rating da parte di queste agenzie sono la fuga dei capitali stranieri che investono o vorrebbero investire nel Paese, ma anche la perdita di creditori disponibili a comprare il debito sovrano, provocando perciò un aumento dei tassi d’interesse sempre più alti. Molti fondi sono infatti legati per statuto a investire solo su certi investimenti dal rating elevato. Il peggioramento del rating provoca maggiori tasse e pressione fiscale per il cittadino comune, il taglio di molti servizi sociali e soprattutto la grave perdita di posti di lavoro. Questo perché le aziende nazionali, a causa dell’aumento dei tassi d’interesse in relazione al rating, anche se economicamente sane e fortemente competitive, non sono più in grado di reggere la concorrenza degli omologhi stranieri. Questi infatti hanno la possibilità di pagare il denaro nel loro paese, necessario per autofinanziarsi e investire per produrre le proprie merci, molte volte meno di aziende come quelle ad esempio italiane, dove il rating è stato tagliato, falsando enormemente il mercato.

Strano poi che queste agenzie di rating abbiano tutto questo devastante potere: in un rapporto di Adusbef, importante associazione di consumatori in materia finanziaria, il 91% dei rapporti di queste agenzie sono risultati sbagliati negli ultimi anni. In passato le stesse agenzie hanno fatto errori clamorosi giudicando con il massimo dei voti aziende, stranamente e soprattutto anglo americane, come Enron, Orange, Global Crossing e Lehman Brothers, che da lì a poco sarebbero fallite con diversi milioni di debiti. Altro grave problema, più indiretto ma strettamente legato al rating, è la drammatica sottocapitalizzazione che colpisce molte società italiane quotate in borsa, a forte valore strategico per il Paese. Avendo ormai diminuito in maniera drammatica il loro valore azionario, potrebbero essere comprate ad un prezzo irrisorio, finendo facilmente in mano straniera, trasformando l’Italia in un supermercato discount che (s)vende però prodotti di gran lusso.

L’Italia ha sicuramente delle colpe per aver fatto crescere in misura abnorme il suo debito pubblico e gli Stati hanno senza dubbio gravi responsabilità; ad esempio la Danimarca non soffre di questa situazione come l’Italia o la Spagna, ma come ha affermato l’ufficio studi di Confindustria, dei 500 punti di spread che fanno crescere il nostro tasso di interesse sul debito, solo 200 sono alla fine di nostra esclusiva responsabilità.

Cosa fare?

Alcuni paesi, come diverse banche danesi, iniziano a ribellarsi a questo gioco al massacro, sconfessando l’arbitraggio e vassallaggio di queste agenzie, ma difficilmente gli speculatori e il sistema finanziario angloamericano permetteranno il cambiamento delle regole del gioco quando a ribellarsi sono i piccoli e divisi paesi europei.

Questa prevaricazione di troppi settori finanziari angloamericani sta gravemente danneggiando la nostra economia, la nostra società e i nostri valori e modi di vivere, creando povertà, disoccupazione, malessere sociale e disfacimento di tutti quei diritti e privilegi che il vecchio continente, unico nel pianeta, si era costruito in secoli di faticose battaglie sociali. Finché le regole del gioco non cambieranno, non potremo modificare questo sistema che ci sfavorisce e danneggia gravemente. Solo un’Europa unita e autorevole potrà far sentire la sua voce, avendo un peso politico, economico e decisionale particolarmente autorevole, riuscendo così a bilanciare la forza preponderante dell’economia angloamericana e cambiando un sistema non imparziale, ormai lontano dalla nuova geopolitica mondiale.


NOTE:
Claudio Pellegatta lavora a Copenaghen presso Columdae, agenzia internazionale di sviluppo commerciale. In precedenza ha lavorato presso il KOTRA come responsabile per gli investimenti tra Italia e Corea e l’UNIDO, l’agenzia delle Nazioni Unite per lo sviluppo industriale.
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    Commenti
    1. Luca

      12 / 3 / 2012 23:28

      Ottimo articolo

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    2. Daniele Scalea

      12 / 4 / 2012 00:47

      Grazie Luca, anche a nome dell’Autore.

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